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Produzioni agroalimentari
Commissione Volontaria
23/06/2011

La Corte Costituzionale dichiara illegittime le norme che stabiliscono l’indennità d’esproprio per le aree agricole e le aree non suscettibili di edificazione, in quanto commisurata al valore agricolo medio determinato senza alcun riferimento all’effettivo valore del bene espropriato.

La Corte Costituzionale, con l’Ordinanza 181 del 10 giugno 2011, dichiara illegittime le norme per l’espropriazione di pubblica utilità delle aree agricole e/o non edificabili, nella parte che determinano l’indennità di esproprio con riferimento rispettivamente al valore agricolo medio e al valore agricolo medio della coltura più redditizia della regione agraria in cui ricade l'area da espropriare.

Ricordando l’interpretazione data dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in merito alla applicazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), ratificata dall’Italia con la legge 848/1955, la Corte Costituzionale ricorda come la propria giurisprudenza abbia costantemente ribadito (a partire dalla famosa sentenza 5/1965) che l’indennizzo assicurato all’espropriato, se non deve costituire una integrale riparazione per la perdita subita (in quanto occorre coordinare il diritto del privato con l’interesse generale che l’espropriazione mira a realizzare) non può essere, tuttavia, fissato in una misura irrisoria o meramente simbolica, ma deve rappresentare un serio ristoro, e che, per raggiungere tale finalità, «occorre fare riferimento, per la determinazione dell’indennizzo, al valore del bene in relazione alle sue caratteristiche essenziali, fatte palesi dalla potenziale utilizzazione economica di esso, secondo legge».

Quindi, secondo i principi indicati dalla giurisprudenza costituzionale, il legislatore non ha il dovere di commisurare integralmente l’indennità di espropriazione al valore di mercato del bene ablato, del quale non sempre deve essere garantita una riparazione integrale. Tuttavia, proprio l’esigenza di effettuare una valutazione di congruità dell’indennizzo espropriativo, determinato applicando eventuali meccanismi di correzione sul valore di mercato, impone che quest’ultimo sia assunto quale termine di riferimento dal legislatore, al fine di garantire il «giusto equilibrio» tra l’interesse generale e gli imperativi della salvaguardia dei diritti fondamentali degli individui.

La Corte conclude quindi che il principio in base al quale «deve essere esclusa una valutazione del tutto astratta, in quanto sganciata dalle caratteristiche essenziali del bene ablato», già affermato con riferimento ai suoli edificabili, possa e debba essere applicato anche ai suoli agricoli ed a quelli non suscettibili di classificazione edificatoria. Pertanto dichiara illegittimi i commi 2 e 3 dell’articolo 40 del D.P.R. 327/2001(Testo unico in materia di espropriazione per pubblica utilità), che riproducono le precedenti norme censurate; le quali prevedono che, per i suoli agricoli e per quelli non edificabili, l’indennità d’esproprio sia commisurata al valore agricolo medio del terreno, secondo un valore tabellare calcolato prescindendo dall’area oggetto del procedimento espropriativo e ignorando ogni dato valutativo inerente i requisiti specifici del bene. Restano così trascurate le caratteristiche di posizione del suolo, il valore intrinseco del terreno (che non si limita alle colture in esso praticate, ma consegue anche alla presenza di elementi come l’acqua, l’energia elettrica, l’esposizione), la maggiore o minore perizia nella conduzione del fondo e quant’altro può incidere sul valore venale di esso. Il criterio, dunque, ha un carattere inevitabilmente astratto che elude il «ragionevole legame» con il valore di mercato, «prescritto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo e coerente, del resto, con il "serio ristoro" richiesto dalla giurisprudenza consolidata di questa Corte».

Contestualmente la Corte Costituzionale ha ritenuto di non estendere la declaratoria di illegittimità anche al comma 1 del citato articolo 40 TU espropriazioni, che concerne l’esproprio di un’area non edificabile ma coltivata (mentre il comma 2 prevede il caso di area non coltivata), e stabilisce che l’indennità definitiva sia determinata in base al criterio del valore agricolo, tenendo conto delle colture effettivamente praticate sul fondo e del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati, anche in relazione all’esercizio dell’azienda agricola. In questo caso, la mancata previsione del valore agricolo medio e il riferimento alle concrete condizioni del fondo (le colture effettivamente praticate ed i manufatti legittimamente realizzati) consentono una interpretazione della norma costituzionalmente orientata, restando la verifica della corretta applicazione di merito demandata ai giudici ordinari.

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